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Pili presenta un'interrogazione
PALERMO. Indagine della Procura sul riciclaggio dei soldi sporchi “Cosa nostra” investe in Sardegna

“Cosa nostra” investe in Sardegna

Un immenso patrimonio tra società, attività commerciali, immobili - anche di pregio, ed... enormi disponibilità finanziarie per un ammontare di complessivi 48 milioni di euro è stato sequestrato ieri dalla Guardia di finanza di Palermo in una operazione che ha riguardato anche la Sardegna. A Porto Cervo, infatti, il provvedimento del magistrato ha toccato quattro appartamenti con vista mare in un lussuoso residence di Cala del Faro, del valore di oltre due milioni e mezzo di euro. L'inchiesta, nata in seguito alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Giovanni Brusca (l'uomo che schiacciò il pulsante del telecomando per la strage di Capaci), Antonino Giuffrè e Vincenzo Ferro, puntava dritta alla società “Gas spa”, fondata una trentina di anni fa da Enzo Brancato.
Quest'ultimo, allora funzionario della Regione Sicilia, si era avvalso dei soldi e dell'aiuto di Vito Cincimino, corleonese, ex sindaco di Palermo e legato ai “viddani” Totò Riina e Bernardo Provenzano. E proprio nella ricerca del tesoro di “don Vito” gli investigatori si sono imbattuti negli affari poco limpidi di un gruppo imprenditoriale che, negli anni 80 e 90, ha realizzato buona parte della rete di metanizzazione in intere aree della Sicilia e dell'Abruzzo.
Sono stati passati al setaccio i contratti di appalto e subappalto della “Gas”, è stata ripercorsa tutta la storia dell'azienda dal momento della sua nascita. Si è scoperto che nella spa di Brancato sono finiti ingenti capitali di provenienza illecita. Non solo, le famiglie di Cosa nostra hanno consentito alla società di svilupparsi attraverso la loro particolare protezione in ogni angolo della regione. Un ruolo, in queste specifiche circostanze, lo avrebbero avuto anche diversi politici. Un appoggio quasi dovuto a un uomo del calibro di Ciancimino che ottenne, manco a dirlo, ben 72 concessioni per la rete del metano in comuni siciliani e abruzzesi.
Il sequestro del patrimonio colpisce oggi Monia e Antonella Brancato figlie di Enzo, morto nel 2000. e la moglie Maria D'Anna. Qualche anno fa, sempre nell'ambito della stessa inchiesta, era stato arrestato e condannato il commercialista Giovanni Lapis che aveva riciclato nella Gas, e in alcune società di riferimento, una parte importante del “tesoro” di don Vito. Il gruppo, dieci anni fa, era stato venduto a una holding spagnola per 115 milioni di euro. Un'operazione che, come ha raccontato successivamente Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco, è stata favorita dalla distribuzione di tangenti a politici siciliani. Erano emersi i nomi di Saverio Romano, l'ex ministro dell'ultimo governo Berlusconi, di Salvatore Vizzini e dell'ex assessore Salvatore Cintola (morto poco tempo dopo), poi tutti prosciolti in fase istruttoria. Addirittura, secondo la Procura di Palermo, alcune tangenti sarebbero state la contropartita per un provvedimento legislativo: la legge 350 del dicembre 2003 che prevedeva l'abbattimento dell'Iva per le aziende del gas e contributi per i trattamenti pensionistici.
L'INTERROGAZIONE «Investimenti della mafia anche in Sardegna. Nelle società legate ai boss Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano beni anche nell'isola. Beni sequestrati in due regioni, Sicilia e Sardegna. Ora vengono smentite le dilettantesche rassicurazioni sull'impossibilità di infiltrazioni mafiose in Sardegna il ministro della Giustizia deve bloccare subito il trasferimento dei 300 capimafia in regime di 41 bis». Lo ha chiesto ieri il deputato Mauro Pili (Pdl) in una interrogazione al ministro della Giustizia dopo le notizie giunte da Palermo sul sequestro di beni in Sardegna. «Non si può continuare a giocare con il fuoco, la presenza di patrimoni mafiosi in Sardegna è la conferma di un pericolo gravissimo di infiltrazioni che sarebbe ancora maggiore se si dovesse concentrare nelle carceri sarde il 50% dei capimafia affidati al carcere duros». ( v. f. )
FONTE:UNIONE SARDA

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