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Geopolitica energetica. Costi, tempi e opportunità di sviluppo del progetto. Dietro la decisione della Regione di dare l’addio al gasdotto italo-algerino Galsi ci sono ragioni multiple che affondano le loro radici nel contesto domestico e internazionale. Il gasdotto Galsi è pronto al passo d’addio.
ADDIO GALSI

Conta certamente la sequenza di rinvii di un progetto “privo di ritorno economico”, prodromico con molta probabilità ad un accantonamento definitivo, con buona pace di chi puntava sulla sua realizzazione, prima tra tutti la società Galsi sostenuta da Edison, Enel, Gruppo Hera e dalla Sardegna attraverso la finanziaria regionale Sfirs, che aveva acquistato l’11,51% delle azioni di Galsi S.p.A. Il trend economico che frena i consumi, ridimensionando la necessità italiana di importare gas in quantità ingenti, ha fatto inesorabilmente sfiorire il business plan degli azionisti, tenendo presente che Galsi è il primo grande progetto metanifero dove non sia presente l’Eni, una potenza mondiale e una garanzia di successo per la stessa Sonatrach, scoraggiata e delusa per la corsia preferenziale che l’esecutivo Berlusconi aveva riservato alle piste metanifere alternative che arrivano da Est e che hanno spesso fatto riferimento agli interessi della Russia “dell’amico Putin”: i progetti Nabucco e South Stream in primis, che non sembrano tuttavia accelerare in maniera significativa. Poi c’è la Tap (Trans Adriatic Pipeline), alle prese con i problemi di concessioni per lo “sbocco” in Puglia.

Lo shale gas e il progetto Endesa

“Metodi all’avanguardia, come l’acquisto di metano compresso. Pensiamo per esempio al gas americano (shale gas), una novità del settore”. Le parole dell’assessore regionale alla Programmazione, Raffaele Paci, svelano possibili strategie della Sardegna sul fronte energetico. Ma a parte le parole del presidente Pigliaru, di Maria Grazia Piras, assessore all’Industria e dello stesso Paci, c’è la logica a dire che la Regione potrebbe puntare dritta su un rigassificatore. In ballo ci sono i progetti di due impianti, a Gioia Tauro e a Gela. Il primo segue i destini del gruppo Sorgenia (di proprietà della Cir, holding che controlla anche il gruppo Espresso). Il secondo vede in campo l’Enel, che però segue anche altre strade. In ballo c’è un miliardo di metri cubi di shale gas che, tramite la controllata spagnola Endesa, arriverà in Italia a partire dal 2019, spedito a bordo di navi dalle coste del Golfo del Messico. Da lì gli Stati Uniti inviano “l’oro nero” del futuro. Una fornitura che servirà ad alimentare le centrali dell’Enel ma non solo: il contratto infatti non prevede alcun limite di destinazione, per cui può essere venduto ad altri soggetti acquirenti in relazione alle condizioni di mercato. Ma per fare questo servono nuove infrastrutture. E la Sardegna, chiaramente, per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, diventerebbe un hub prezioso.

Shale gas, il contratto Endesa e il “take or pay”

Passiamo agli scenari futuri, quelli che rendono poco conveniente il progetto Galsi. Enel ha concluso un accordo per la fornitura ventennale (prorogabile per altri dieci anni) di shale gas con la compagnia americana Cheniere Energy. Il contratto è stato firmato dalla controllata Endesa, che aveva già siglato un accordo simile per portare il gas in Spagna. Il metano potrebbe anticipare lo sbarco in Italia al 2018, quando sarà terminata la costruzione del rigassificatore di Corpus Christi sul Golfo del Messico. Quali sarebbero i vantaggi di questa operazione rispetto al gasdotto Galsi, con l’ipotesi della costruzione di un rigassificatore di “ingresso” in Sardegna? Il prezzo del gas è più basso rispetto al mercato europeo e ha una clausola di “take or pay” che pesa solo sul 50% della fornitura. Si tratta di una clausola inclusa nei contratti di acquisto di gas naturale, in base alla quale l’acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell’eventualità che non ritiri tale gas. Una clausola evidentemente poco conveniente per la Sardegna, che registra consumi elettrici in picchiata, anche e soprattutto in virtù della chiusura di molte imprese energivore. Ora è chiaro che il peso di una simile clausola solo sulla metà della fornitura sarebbe estremamente vantaggioso rispetto ai contratti stabiliti dal progetto Galsi.

Fracking e polemiche: nell’isola niente trivellazioni

Una recente inchiesta della trasmissione televisiva Report ha messo in luce tutti i tratti critici e le denunce sulla tecnica che consente di estrarre lo shale gas (gas di scisto) dal sottosuolo. In Sardegna, ovviamente, non sono previste questo genere di trivellazioni. La tecnica del fracking, o frantumazione idraulica, consiste nella frantumazione di rocce calcaree condotta in presenza di elevate quantità di acqua al fine di estrarne il cosiddetto shale gas, gas metano che potrebbe rappresentare la risorsa in grado di soddisfare il fabbisogno energetico mondiale nei prossimi anni. Chiaro che rappresenterebbe una svolta epocale: renderebbe meno influenti i Paesi arabi sullo scenario politico mondiale, dal momento che libererebbe gli Stati Uniti e l’Europa dalla dipendenza dal petrolio. Lancerebbe in orbita Cina e Usa, che sono i Paesi che detengono i maggiori giacimenti di roccia dai quali estrarre lo shale gas. La geopolitica cambia e le direttrici metanifere rischiano di vedere depotenziato il loro ruolo mondiale: il gasdotto Galsi a questo punto non serve più.

Sardegna unica regione italiana senza metano

Mentre il problema del gap energetico che stritola la competitività dell’Italia a livello europeo e mondiale resta in cima all’agenda del governo Renzi, la Regione studia le alternative al progetto Galsi Sempre puntando su un grande impianto di rigassificazione del metano liquefatto (Gnl) trasportato con navi, si intendono sfruttare alcuni elementi progettuali e reti infrastrutturali pensati per il gasdotto italo-algerino, sia nella rete di distribuzione interna che nelle condutture che dovrebbero attraversare l’Isola per creare un bacino di scambio del gas con la Penisola. D’altronde le alternative scarseggiano e i progetti di potenziamento della produzione elettrica nell’Isola sono fermi al palo. Parliamo dell’idea della conversione a “carbone pulito” delle centrali a olio combustibile di Fiumesanto (E. On) e Ottana (Ottana Energia del gruppo Clivati): quest’ultima avrebbe dovuto sviluppare il progetto di “turbogas” proprio con l’eventuale metanizzazione della Sardegna. Ora sarà un advisor ad indicare alla Regione il percorso da seguire: anche se dall’America fino agli Urali, tutte le strade sembrano portare al rigassificatore.

Giandomenico Mele
Fonte:http://www.sardiniapost.it/

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