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Perché Napolitano non deve temere il voto degli italiani

Il dovere del Capo dello stato non è quello di legare il paese a un esecutivo che rischia di essere una pietra al collo ma di restituire al più presto la parola agli elettori

Napolitano ha fallito?

Pubblichiamo l'editoriale di Giuliano Ferrara apparso domenica sul Giornale

Nota per Giorgio Napolitano. Nel 1994 nasce il primo governo della Seconda Repubblica maggioritaria. Dura poco e, sotto l'incalzante offensiva della magistratura, con il decisivo contributo finale della Lega di Bossi, l'esecutivo salta e Scalfaro proibisce la soluzione naturale delle elezioni politiche. È il ribaltone. Gli italiani hanno votato in un modo, ma chi comanda è legittimato dall'alto e contro la loro volontà politica. La situazione anomala e antidemocratica dura fino al 1996, quando fallisce il tentativo di fare un governo di larga coalizione presieduto da Antonio Maccanico e ci si piega per estenuazione al richiamo del popolo alle urne. Vince l'Ulivo di Prodi e D'Alema e Bertinotti. Governano cinque anni con diversi presidenti del Consiglio, crisi della maggioranza, nuovi fenomeni di ribaltone con parlamentari eletti a destra che sostengono il governo di sinistra presieduto da D'Alema tramite l'operazione Cossiga. Alla scadenza si vota e vince Berlusconi. Il governo dura cinque anni, salvo una breve verifica che porta a un Berlusconi bis nell'ultimo miglio. Nel 2006 rivince Prodi con una maggioranza risicata. Che si dissolve nel 2008 quando un pm di Santa Maria Capua Vetere arresta la famiglia e il partito del ministro della Giustizia Mastella, che si ritira dalla maggioranza e la vanifica. Rivince Berlusconi.

Tre anni dopo, nel novembre del 2011, mentre infuriano la crisi finanziaria, la crisi della maggioranza berlusconiana (caso Fini) e naturalmente un'offensiva incalzante della magistratura milanese contro il presidente del Consiglio, Napolitano inventa la soluzione tecnica di Mario Monti in emergenza, con l'accordo di Berlusconi e Bersani. Dura un anno e si torna alle elezioni politiche alla scadenza naturale, con un lieve anticipo tecnico, nel febbraio del 2013. Non c'è una maggioranza politica per governare, per via della differenza nel calcolo maggioritario tra Camera e Senato. Nella crisi da stallo, con un Pd che non riesce a eleggere il presidente della Repubblica né a formare un governo, Napolitano è rieletto, prima volta nella storia della Repubblica, e vara un governo di larga coalizione che il Pd subisce e Berlusconi sostiene fin dall'inizio come strumento di normalizzazione e pacificazione politica.

In forza di una nuova offensiva togata, la sentenza Esposito di Cassazione sulla frode fiscale, e della decisione demagogica della sinistra (alleata dei populisti grillini) che sceglie di cacciare dal Senato con voto politico e a scrutinio palese il contraente del patto di maggioranza, il risultato finale è sotto i nostri occhi. Il governo ha una ristretta maggioranza in Senato grazie a un ribaltone scissionista: ministri e senatori eletti con Berlusconi votano la fiducia mentre il loro leader traina-consensi passa all'opposizione. Intanto la sinistra radicale di Vendola, che aveva fatto scattare nella coalizione Bersani il premio di maggioranza, è fuori da ogni patto di governo. Risultato: il governo Letta è un governo di ribaltone, come ce ne sono stati parecchi in vent'anni, fondato su una sola vera pregiudiziale, la paura di tornare alle urne e lasciare che il popolo elettore decida democraticamente chi deve dirigere l'esecutivo, e sostenuto da una dirimente iniziativa giudiziaria con le sue conseguenze direttamente politiche.

Io non credo affatto che Napolitano sia il capo di una congiura contro Berlusconi. Non credo che sia sprezzante del funzionamento democratico delle istituzioni. Come ha testimoniato per ben due volte Berlusconi, prima accettando e sostenendo l'operazione Monti e poi rieleggendo il capo dello Stato e varando il governo di larga coalizione, penso che Napolitano ha cercato di rattoppare i guasti di un sistema ammalato, di uno squilibrio drammatico nei rapporti tra politica e giustizia, di una rovinosa incapacità sia della destra sia della sinistra di accettare il principio di realtà e restituire alla politica la sua funzione di coesione e comando usurpata dal partito dei faziosi e da quello dei togati d'assalto. Poteva fare di più, probabilmente, ma quel che ha fatto non è un accodarsi alle tendenze dissolutive della democrazia maggioritaria. Ma oltre questo riconoscimento non posso andare.

Dai fatti che ho esposto e che sono incontrovertibili emerge che il tarlo della Seconda Repubblica cosiddetta è duplice: primo, la paura dei magistrati e la subordinazione a essi, in una spirale tragica che ha riguardato sia Berlusconi sia Prodi sia il gruppo dirigente storico della sinistra italiana (obbiettivi dell'offensiva forcaiola sono stati anche D'Alema e Napolitano stesso); secondo, la paura degli elettori liberi e adulti. La Spagna votò e ora, nonostante le sue difficoltà anche maggiori di quelle italiane, sta riprendendo slancio e promette qualcosa oltre la recessione. Perfino in Grecia, con la troika in casa e due elezioni consecutive, il «talentuoso signor Samaras» (come lo chiama la stampa tedesca) cerca di rialzare la testa. Noi siamo immobilizzati dalla paura, biascichiamo di riforme costituzionali che non si faranno, di riforme economiche che nessuno neanche sta prefigurando, di semestri europei che contano un fico secco, e subiamo l'immobilismo paralizzante delle nostre paure, mentre l'offensiva forcaiola promette nuovi sfracelli ogni giorno.

Presidente Napolitano, il suo dovere costituzionale e politico e civile non è quello di legare il Paese a un governo che rischia di essere una macina attaccata al suo collo e, quando si ripropone la logica del ribaltonismo e dell'attacco forcaiolo che non risparmia niente e nessuno, dalla sua funzione e dalla sua cultura politica ci si aspetta non il puntellamento di un ministero che ha perso la sua legittimazione originaria, ma la decisione coraggiosa, stavolta, di non negare al popolo il suo diritto a esprimersi e a decidere.

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